La performance nasce prima della gara: quando un obiettivo diventa una direzione
Ci sono momenti nello sport che durano pochi secondi e che, proprio per questo, rischiano di raccontarci troppo poco. Un salto, una bracciata, un tempo sul tabellone o una medaglia.
Guardiamo il risultato e pensiamo che sia tutto lì.
Eppure, la performance non nasce nel momento in cui l’atleta entra in gara. Quello è soltanto l’istante in cui diventa visibile qualcosa che è stato costruito molto prima: attraverso l’allenamento, la fatica, i dubbi, le paure, le cadute, i fallimenti e, soprattutto, attraverso il modo in cui quell’atleta ha imparato a stare dentro a tutto ciò.
Ogni grande risultato nasce da un obiettivo. Ma avere un obiettivo non significa semplicemente desiderare qualcosa, significa scegliere una direzione e continuare a guardarla anche quando il percorso diventa difficile.
È qui che entra in gioco il mindset dell’atleta, non come una formula magica fatta di pensieri positivi, ma come il modo in cui una persona interpreta ciò che le accade mentre cerca di arrivare dove desidera.
Il ruolo del mental coach sportivo in questa fase diventa fondamentale perché non promette all’atleta che andrà tutto bene, ma lo aiuta a sviluppare consapevolezza, a rimanere connesso ai propri obiettivi e a costruire un rapporto più funzionale con ciò che accade dentro di sé.
Le storie di Gianmarco Tamberi e Sara Curtis raccontano due modi profondamente diversi di arrivare all’obiettivo.
Da una parte c’è un atleta che ha dovuto trovare ancora una volta la forza di rialzarsi. Dall’altra c’è un’atleta che, per due volte consecutive, è riuscita a entrare in quello spazio raro in cui corpo e mente sembrano muoversi nella stessa direzione.
Due storie diverse, ma una domanda che le attraversa entrambe: cosa succede dentro l’atleta quando mente e corpo decidono di crederci?
Gianmarco Tamberi e il coraggio di provarci ancora
A Birmingham, Gianmarco Tamberi ha conquistato il suo quarto titolo europeo nel salto in alto, superando l’asticella a 2,32 metri.
Ma forse, per comprendere davvero il valore di quella vittoria, bisogna guardare oltre il numero scritto sul tabellone. Bisogna guardare all’uomo prima ancora che all’atleta.
Perché dietro quel salto c’è qualcuno che ha attraversato momenti difficili, che ha dovuto fare i conti con il proprio corpo, con le aspettative e con quella domanda che prima o poi arriva nella vita di ogni sportivo: “E adesso?“.
Eppure era lì, ancora sulla pedana, ancora disposto a provarci.
Durante la gara non tutto è andato come avrebbe voluto. Un errore avrebbe potuto diventare una frattura nella fiducia, quel piccolo pensiero capace di insinuarsi nella testa e cambiare il modo in cui guardi il salto successivo. Invece Tamberi è rimasto dentro la gara.
Ed è forse proprio questo il significato più profondo della resilienza nello sport: non evitare la difficoltà , ma riuscire a non lasciarsi definire da essa.
Un mindset vincente non è quello dell’atleta che pensa di poter vincere sempre, è quello dell’atleta che, anche quando qualcosa va storto, riesce a tornare al proprio obiettivo.
Rialzarsi non significa fare finta che non sia successo nulla. Significa guardare quello che è successo, attraversarlo e trovare comunque un modo per andare avanti. È una differenza sottile, ma enorme.
Perché la forza mentale non è necessariamente quella di chi non ha paura, non dubita o non vacilla mai. A volte è molto più semplicemente la forza di chi, nonostante la paura e il dubbio, decide di fare ancora un passo… ancora un salto.
Mental coaching sportivo: quando la forza mentale diventa una scelta
Nello sport siamo abituati a parlare di talento, tecnica, preparazione fisica e risultati. Molto meno spesso raccontiamo tutto ciò che accade nella mente dell’atleta mentre cerca di raggiungerli.
Eppure è proprio lì che, spesso, si gioca una parte fondamentale della performance:
- “cosa fai quando sbagli?”
- “cosa ti racconti quando le cose non vanno come avevi immaginato?”
- “riesci a rimanere focalizzato sull’obiettivo oppure inizi a dubitare delle tue capacità ?”
- “quanto del tuo potenziale riesci realmente a esprimere quando sei sotto pressione?”
Sono tutte domande che l’atleta si pone e che il mental coach non può risolvere al suo posto.
Il ruolo del mental coach sportivo infatti non è quello di avere la risposta giusta, né di sostituirsi alla persona nel momento della difficoltà . Il mental coach non dice all’atleta cosa fare o cosa pensare, al contrario lo accompagna in un percorso di consapevolezza, aiutandolo a osservare il proprio dialogo interno, riconoscere le proprie risorse e comprendere quali schemi mentali lo sostengono e quali, invece, lo allontanano dalla prestazione che desidera.
Sara Curtis e lo stato di flow: quando mente e corpo nuotano insieme
Poi c’è Sara Curtis, che agli Europei di nuoto di Parigi ha stabilito il record del mondo nei 50 dorso in semifinale, nuotando in 26″63 e ventiquattro ore dopo ha fatto ancora meglio: 26″56, nuovo record del mondo e medaglia d’oro.
Due record mondiali in due giorni. Numeri straordinari, certo! Eppure anche qui il numero racconta soltanto una parte della storia. Perchè è difficile non chiedersi cosa possa essere successo dentro di lei tra una gara e l’altra.
Il giorno prima hai appena realizzato qualcosa che sembrava quasi impossibile. Il giorno dopo devi tornare in acqua e fare finta, in qualche modo, che tutto ricominci da capo. Devi essere presente a quello che sta accadendo in quel preciso momento.
Ed è proprio qui che il racconto di Sara Curtis ci porta verso un’altra dimensione della performance: lo stato di flow.
Ci sono momenti in cui il gesto sembra non avere più bisogno di essere pensato. Il corpo sa, la mente non interferisce. Il movimento diventa fluido, naturale e l’atleta entro in quello spazio in cui non è più concentrato sul risultato, ma completamente dentro ciò che sta facendo.
Il corpo e la mente smettono di chiedersi reciprocamente il permesso e iniziano semplicemente a muoversi insieme.
Dal controllo alla fiducia: il coaching può aprire la porta al flow
Il flow può sembrare qualcosa di magico, quel momento perfetto che accade e basta. Ma dietro quei pochi secondi di apparente naturalezza ci sono ore, giorni e anni di preparazione.
Il flow è quella condizione in cui l’atleta riesce a fidarsi di ciò che ha costruito da non avere più bisogno di controllare ogni singolo gesto. Ed è qui che il lavoro del mental coach sportivo può diventare particolarmente imporante.
Non si tratta di insegnare all’atleta a “entrare nel flow” come se fosse un interruttore da accendere; piuttosto nel creare le condizioni perché l’atleta possa conoscersi abbastanza da riconoscere ciò che lo aiuta a entrare nella propria migliore prestazione.
Capire quando la mente sta aiutando e quando invece sta diventando rumore, riconoscere quali pensieri sostengono la performance e quali la appesantiscono, imparare ad ascoltare il corpo è una delle forme più alte di preparazione mentale.
Il mental coaching non crea il talento, non sostituisce l’allenamento e non garantisce il risultato. Aiuta l’atleta a riconoscere e gestire, poco alla volta, le interferenze tra lui e il proprio potenziale.
E quando le interferenze si riducono, può accadere qualcosa di straordinario.
Due atleti, due strade, la stessa forza: costruire la propria performance dall’interno
Tamberi e Curtis sembrano raccontare due storie opposte.
Lui ci parla della capacità di resistere, di attraversare la difficoltà e di tornare a provarci. Lei ci mostra cosa può accadere quando, per qualche istante, tutto ciò che abbiamo costruito trova il suo ritmo e diventa gesto.
Resilienza e flow: rialzarsi e lasciare andare.
Sembrano concetti lontani, ma forse appartengono alla stessa storia. Entrambi raccontano un rapporto profondo con sé stessi, entrambi ci ricordano che la performance non è soltanto ciò che il corpo riesce a fare ma che è anche il risultato di tutto ciò che accade dentro la persona che quel corpo lo abita.
Imparare a stare in relazione con sé stessi e costruire un mindset vincente non significa pensare di essere invincibili, al contrario significa:
- conoscere la propria direzione abbastanza da non perderla quando arriva una difficoltà ;
- avere un obiettivo, ma anche la flessibilità necessaria per attraversare tutto ciò che accade lungo il percorso;
- sapere quando bisogna spingere e quando, invece, bisogna lasciare andare.
In entrambe le storie l’atleta deve imparare a fidarsi: Tamberi deve fidarsi della propria capacità di rialzarsi; Curtis deve fidarsi di ciò che il proprio corpo ha imparato.
Questa è forse la parte più bella e invisibile dello sport… quella che non compare nei tabelloni, che non si misura in secondi o centimetri e che nessuna medaglia riesce a raccontare fino in fondo.
Conclusioni
Le storie di Gianmarco Tamberi e Sara Curtis ci insegnano che non esiste una sola strada per arrivare in alto. A volte bisogna trovare la forza di rialzarsi quando qualcosa ci ha fatto cadere; altre bisogna imparare a fidarsi così profondamente di ciò che abbiamo costruito da poter smettere, per qualche istante, di controllarlo.
In entrambi i casi, però, c’è un viaggio che precede il risultato. Un viaggio fatto di consapevolezza, emozioni, dubbi, fiducia e lavoro. Quella parte invisibile che spesso rimane fuori dall’inquadratura, ma che può fare la differenza quando arriva il momento di esprimersi.
Ed è forse proprio qui che il coaching sportivo trova il suo significato più autentico: non nel promettere all’atleta di diventare invincibile, ma nell’accompagnarlo a conoscere sé stesso, a riconoscere le proprie risorse e a trovare il modo di esprimerle quando conta davvero.
Perché dietro ogni grande risultato c’è sempre qualcosa che non vediamo.