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Motivazione&Performance - lascia emergere il tuo potenziale

Motivazione&Performance: lascia emergere il tuo potenziale

Sabato 22 novembre, le aule del CUS Bari sono diventate il palcoscenico di un viaggio affascinante, un’esplorazione guidata dal coach Adamo e organizzata da Sport Coach Italia.

Non si è parlato di schemi o muscoli, ma di qualcosa di ben più intimo: il filo invisibile che lega la nostra motivazione più profonda alla performance più alta.

La vera sfida, è emerso, non si gioca in campo, ma nel santuario della nostra mente, un luogo che merita di essere allenato con la stessa dedizione riservata al corpo.

L’incontro si è aperto con una domanda apparentemente semplice, ma che ha aperto ad una profonda riflessione: che cos’è il mental coaching e, in particolar modo, il mental coaching sportivo?

Lo sport coaching, ci ha spiegato il coach Adamo, è un processo professionale orientato allo sviluppo delle potenzialità dell’atleta, finalizzato al miglioramento della performance tramite il potenziamento delle competenze mentali, relazionali ed emotive.

Non si parla quindi solo di tecnica o tattica, ma di ciò che accade “dietro le quinte”, nella nostra testa e dentro di noi.

Le tre aree chiave del mental coaching sportivo

Il coach Adamo ha poi spiegato che il coaching interviene su tre grandi aree fondamentali, che sono anche i tre cardini del nostro modo di essere e di performare.

Sono le tre grandi aree che definiscono la nostra capacità di essere prima ancora che di fare:

  • Il potenziale: ciò che una persona può diventare. È la spinta interiore che vuole emergere, il nostro talento nascosto;
  • Le interferenze: gli ostacoli – interni ed esterni – che tessono un velo tra noi e il raggiungimento della performance. È la vocina interiore che ripete “Non sei abbastanza…”, “È troppo tardi…”;
  • Il mindset: la lente attraverso cui scegliamo di vedere il mondo, la cornice che diamo alle sfide, alle sconfitte e alle gioie. È la nostra personale interpretazione delle cose che ci accaddono.

Il coaching ci insegna a riconoscere le nostre interferenze, ci insegna ad abbassare il volume del nostro “critico interiore” e ci permette quindi di modificare il nostro mindset, il modo in cui ci raccontiamo le storie della nostra vita e in ultimo ci consente di far emergere il nostro potenziale.

Due storie che cambiano lo sguardo

Per toccare con mano la potenza del concetto di potenziale e di un limite percepito, il coach Adamo ha condiviso due storie, che hanno ridefinito la parola “impossibile”.

Roger Bannister e il miglio “impossibile”

Per decenni il mondo sportivo considerò impossibile correre il miglio sotto i 4 minuti. Medici, allenatori, giornali: tutti erano convinti che il corpo umano non potesse reggere.

Eppure, il 6 maggio 1954, accadde l’impossibile: Roger Bannister infranse quel muro, tagliando il traguando in 3’59”.

Un record storico, certo. Ma ancora più sorprendente fu ciò che accadde dopo: molti atleti iniziarono a infrangere lo stesso muro.

Era cambiato qualcosa nei loro muscoli? No.

Era cambiata la storia che si raccontavano. Il limite non era nel corpo. Era nella mente.

Il record di Bannister dimostrò che i limiti sono spesso costruzioni mentali, barriere create da ciò che crediamo possibile o impossibile.

La fioritura straordinaria nella Death Valley

La seconda storia ci porta nel deserto più caldo e arido degli Stati Uniti, la Death Valley. Un luogo dove apparentemente nulla può vivere.

Eppure, nel 2004, accadde qualcosa di straordinario: una stagione di piogge inattese trasformò quel deserto in un tappeto di colori, il deserto fiorì. Migliaia di fiori colorarono un luogo considerato “morto”.

Una magia oppure un miracolo? Nessuno dei due!

Semplicemente i semi di quei fiori erano lì, nascosti sotto la superficie, in attesa della condizione giusta per poter emergere, per rivelare la loro bellezza. Proprio come noi.

Un’immagine potente che ci ricorda che il potenziale esiste anche quando non lo vediamo, e che spesso i limiti sono soltanto convinzioni ereditate, semi di paura che non abbiamo mai osato innaffiare con la fiducia.

Inner Game: la partita dentro di noi

A partire da queste storie, è stato introdotto il concetto dell’Inner Game, la partita silenziosa che ogni atleta, e non solo, gioca dentro di sé.

Qui si fronteggiano due voci:

  • Il Sé 1: il critico, il giudice severo, l’interferenza che distrae e paralizza;
  • Il Sé 2: la voce autentica, la sede delle capacità naturali, il flusso della nostra essenza.

La qualità della nostra vita, delle nostre decisioni e della nostra resilienza emotiva è interamente determinata dal dialogo interiore.

Tutto si riduce a un atto di scelta: l’attenzione.

Dove scegliamo di posare il faro della nostra attenzione? Cosa scegliamo di amplificare e cosa di lasciar svanire?

In questa scelta risiede la vera leva della performance.

La paura come freno

Tra i passaggi più interessati dell’evento c’è stato quello sulle reazioni istintive che la mente mette in atto quando percepisce un pericolo – o meglio, quando interpreta qualcosa come un pericolo anche se non è reale.

Spesso, infatti, ciò che blocca la nostra attenzione è la paura: dell’avversario, del giudizio, del fallimento, del successo, di un esame, di un conflitto.

Quando la mente si sente minacciata, attiva le sue strategie più antiche e istintive, quelle che ci hanno salvato la vita nella savana, ma che oggi ci bloccano in campo o in ufficio:

  • Attacco
  • Fuga
  • Immobilismo

Queste risposte non nascono da un pericolo reale, ma dalla nostra interpretazione degli eventi.

Senza una gestione consapevole, ogni sfida diventa una minaccia, ogni avversario un orco.

Cos’è il potenziale e perché riguarda la nostra identità

L’evento si è concluso con un momento profondo: una riflessione sul vero significato di potenziale.

Il coach Adamo ha spiegato che il potenziale non è un risultato da ottenere, né una prestazione da misurare.

È qualcosa di più profondo, qualcosa che appartiene all’identità: un talento inespresso, una verità latente che chiede solo di poter emerge.

Non è il fare, ma il divenire.

Non è un traguardo, ma la strada stessa per diventare la versione più autentica di noi stessi, che emerge solo quando la prepariamo, proprio come la pioggia che risveglia i semi dormienti nel deserto.

L’esercizio finale: incontrare il proprio potenziale

In chiusura, il coach Adamo ha guidato i presenti in un esercizio potente fatto di sei domande:

  1. Qual è un obiettivo che desideri da tempo, ma senti che qualcosa ti frena?
  2. Quali interferenze ti impediscono di raggiungerlo?
  3. Quanto ti costa lasciare entrare queste interferenze?
  4. Chi saresti senza di esse?
  5. Come ti sei sentito ad ascoltare il tuo potenziale, immaginando te stesso senza quelle interferenze?
  6. Qual è la piccola azione che puoi fare per dar vita a questo futuro?

Domande che non cercano risposte superficiali, che portano a guardarsi dentro, con onestà e coraggio.

Domande trasformative che aprono a nuove possibilità.

Conclusione: lasciare andare, per lasciar venire

Il messaggio finale risuona come una melodia antica e confortante: il potenziale è già qui, presente dentro ognuno di noi.

La ragione per cui spesso non lo viviamo è l’attaccamento a vecchi schemi, convinzioni logore e storie che non ci servono più.

Possiamo continuare a raccontarci le vecchie storie, indossare i panni del passato – quelli dei limiti, della paura e della procrastinazione – oppure possiamo compiere il gesto più coraggioso di tutti: aprire lo spazio al nuovo.

Come suggerisce la Teoria U: dobbiamo lasciare andare ciò che ci appesantisce, che non ci serve più, per permettere a ciò che possiamo diventare di emergere.

Come nella Death Valley, ciò che oggi sembra arido può fiorire, se prepariamo il terreno.

E così, con il cuore pieno di semi di possibilità, restiamo con la domanda più importante, che ora attende una risposta non dalla mente, ma dall’anima:

Che cosa scegli di far fiorire oggi?



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