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Mr. Chiaffarato

Intervista al Mister dei Bulldog Capurso: Francesco Chiaffarato

Guidati dalla passione, dalla competenza e da una visione profonda del ruolo dell’allenatore, i Bulldog Capurso hanno scritto una delle pagine più belle della loro storia.

Alla guida di questa straordinaria stagione c’è Francesco Chiaffarato, tecnico esperto e uomo di grande sensibilità, che ha saputo trasformare un gruppo di atleti in una vera famiglia.

Con alle spalle una lunga carriera da giocatore e allenatore di calcio a 5, Chiaffarato ha preso per mano la squadra con un obiettivo chiaro e realistico: la salvezza. Ma qualcosa, sin dalle prime giornate, ha cominciato a cambiare.

Crescita mentale, spirito di squadra, cura dei dettagli, attenzione alla persona prima ancora che all’atleta: sono stati questi gli ingredienti che hanno trasformato il percorso dei Bulldog in una cavalcata entusiasmante, culminata nella vittoria del campionato e nella storica promozione in Serie A.

Lo abbiamo incontrato per parlare di mentalità, di relazioni, di leadership e di crescita. Ne è nata un’intervista intensa e autentica, che racconta non solo la stagione appena trascorsa, ma soprattutto un modo di intendere il calcio a 5 che mette al centro la persona.


Mister, se dovesse scegliere una qualità mentale che ha fatto davvero la differenza in questa stagione, quale sarebbe?

La qualità mentale – o meglio, l’aspetto mentale – che ha davvero segnato un punto di svolta in questa stagione è stata la capacità di creare un rapporto quasi familiare con ogni singolo giocatore. Abbiamo compreso che per far crescere davvero una squadra, non basta allenare solo sul campo: serviva coinvolgere anche chi sta intorno ai giocatori, le loro famiglie, mogli, figli.

Questo coinvolgimento non è rimasto confinato alle partite ufficiali, ma si è esteso anche a momenti conviviali, come semplici cene o uscite tutti insieme.

Questo ha generato un clima di serenità e appartenenza profonda, una tranquillità mentale che ha permesso ai ragazzi di dare il meglio. La vera forza è stata proprio questa: sentirsi parte di qualcosa di più grande, di una famiglia.

Un esempio concreto è stato durante le finali di Coppa Italia a Jesi, dove abbiamo deciso, insieme alla società, di portare con noi anche le famiglie.

Spesso si pensa che queste possano essere una distrazione, ma noi abbiamo scoperto che, al contrario, rappresentano un punto di forza emotiva. E quando il gruppo si incontra anche fuori dal campo, persino le tensioni che nascono durante le partite si risolvono in un attimo.


Nei momenti difficili, cosa ha aiutato la squadra a reagire e le ha permesso di non crollare e rimettere in moto energie nuove?

La chiave è stata l’alchimia che si è creata nel gruppo, merito anche dello staff.

Ma non possiamo dimenticare il ruolo determinante dei risultati positivi conquistati durante l’anno. Ogni vittoria ha dato nuova energia, rendendo gli allenamenti meno faticosi, più gratificanti, e accrescendo la fiducia nei propri mezzi.

Il gruppo, nel suo insieme, ha fatto la differenza. Abbiamo superato ostacoli grazie anche al lavoro fatto sul piano relazionale: colloqui individuali con i giocatori, momenti di confronto collettivi, con l’obiettivo di non dimenticare mai che dietro ogni atleta c’è una persona, con la sua vita, i suoi pensieri, le sue fragilità.

Il mio compito, come allenatore, è quello di donarmi completamente e cercare di far emergere il meglio da ognuno.

In questa stagione, il capitano ha avuto un ruolo cruciale. C’è stata una sinergia totale tra di noi, un equilibrio che ci ha permesso di compensarci a vicenda nei momenti più delicati.


C’è stato un punto preciso del campionato in cui ha sentito che il gruppo stava cambiando mentalmente?

Assolutamente sì. Quel momento è arrivato nella terzultima partita del girone di andata, contro il Pescara.

Era una gara difficile, ci trovavamo sotto 4-2 a due minuti dalla fine. Eppure, la squadra ha tirato fuori una forza mentale incredibile, ribaltando il risultato fino al 4-6 finale in nostro favore.

In quell’istante, ho capito che qualcosa era scattato dentro ognuno di noi. Quando la mente è carica, il corpo segue. Anche senza un giocatore fondamentale in campo, il pensiero positivo e la convinzione ci hanno spinti oltre il limite.

E non è stato un episodio isolato: il sabato successivo abbiamo battuto la squadra più forte del campionato.

Ricordo anche un’altra trasferta, in Calabria: tra tensioni sugli spalti e un parziale sfavorevole, siamo riusciti ancora una volta a ribaltare il match. La preparazione fisica c’era, ma è stata la testa a guidarci.


Lei, come allenatore, si sente una persona capace di far nascere qualcosa di nuovo nei suoi giocatori?

Sì, sento di essere un allenatore capace di far emergere qualcosa di nuovo dai miei giocatori.

Studio, mi aggiorno, frequento corsi: amo profondamente questo lavoro e cerco sempre di trasmettere positività.

Nel tempo è cambiato molto anche il mio approccio. All’inizio, da allenatore giovane, tendevo a pretendere tanto, a imporre le mie regole. Era uno stile più rigido, quasi autoritario.

Ma con l’esperienza e la formazione ho capito che l’allenatore oggi non può limitarsi all’aspetto tecnico-tattico: deve entrare nella dimensione mentale, umana dei ragazzi.

Oggi ascolto, osservo, cerco di comprendere e valorizzare ogni singola qualità, in campo e fuori. E spesso adatto il mio gioco in base alle caratteristiche dei giocatori a disposizione.

Nelle categorie minori, dove non sempre si può contare su profili specialistici per ogni ruolo, ho imparato ad essere io quello che si adatta.

Ed è lì che nasce la vera crescita, mia e loro.


Quanto conta per un allenatore la capacità di reinventarsi dopo una sconfitta, una delusione o un cambiamento improvviso?

Conta tantissimo!

Saper reinventarsi è stato, per noi, uno degli elementi determinanti.

All’inizio del campionato, ho deciso di cambiare il nostro assetto difensivo: siamo passati dalla classica marcatura a una difesa a zona.

All’inizio alcuni giocatori erano scettici, ma ho creduto in questa scelta e alla fine ci ha dato grandi soddisfazioni.

La flessibilità e il coraggio di cambiare strategia, anche rischiando, sono qualità indispensabili.


Quanto è importante, per lei, creare un ambiente che faccia emergere il meglio dai ragazzi, non solo a livello fisico ma anche mentale?

È l’aspetto più importante in assoluto.

Per costruire un gruppo vero, ci deve essere ascolto, non giudizio.

L’alchimia nasce quando tutti – staff, società, squadra – lavorano all’unisono.

Noi abbiamo costruito questa sinergia reale: dal magazziniere all’organizzatore delle trasferte, dal fisioterapista al preparatore atletico, ogni figura ha avuto un ruolo riconosciuto e valorizzato.

Questo spirito di collaborazione si riflette direttamente sul rendimento dei ragazzi.


Nella sua esperienza, che tipo di linguaggio aiuta a far crescere la fiducia e il senso di squadra?

Un linguaggio sereno, equilibrato.

Credo che le urla e i rimproveri non portino nulla di buono, anzi: spesso ottengono l’effetto contrario.

Il confronto continuo, il dialogo sincero, sono gli strumenti che uso per costruire fiducia. E i risultati si vedono.


Lei come si ricarica mentalmente dopo una stagione intensa?

Il mio modo per ricaricarmi è già pensare alla stagione successiva.

Certo, ci sono momenti in cui rallento, mi dedico alla famiglia e mi godo un po’ di tempo libero.

Ma la macchina della società non si ferma mai, e neppure io.

In questa fase, soprattutto con il passaggio di categoria, studio gli avversari, analizzo i giocatori, pianifico strategie e continuo a mantenere un contatto costante con i ragazzi.

È un lavoro che non si ferma, ma è anche la mia passione.


Ora che salite di categoria, quale sarà la sfida più grande?

Le sfide più grandi saranno due:

  • confrontarci con squadre della massima categoria del calcio a 5
  • riuscire a riproporre il nostro pensiero di gioco, soprattutto sul piano difensivo.

Affronteremo un campionato di altissimo livello, con avversari forti e preparati. Ma non ci spaventa: anzi, ci motiva.

Siamo già al lavoro per farci trovare pronti. A fine agosto inizierà la preparazione e vogliamo arrivare lì carichi, preparati fisicamente e, soprattutto, mentalmente.


Se potesse tornare indietro e parlare con sé stesso all’inizio dell’anno, che consiglio si darebbe per coltivare meglio l’equilibrio e la forza mentale della squadra?

Non ho molto da rimproverarmi.

In questa stagione, grazie al supporto costante della dirigenza, siamo riusciti a gestire ogni situazione, anche quelle più complesse.

In un momento di difficoltà, ad esempio, ho avuto un atteggiamento un po’ più rigido verso un giocatore, ma la dirigenza mi ha invitato ad avere fiducia. L’ho fatto, e sono stato ripagato.

Ringrazio ognuno di loro per aver creduto in me e nel lavoro che abbiamo fatto.

Siamo partiti con l’obiettivo di salvarci, ma alla fine abbiamo scritto una pagina incredibile della nostra storia.

Nessuno se lo aspettava, nemmeno noi. Ma ce l’abbiamo fatta, perché abbiamo lavorato duramente e ci abbiamo creduto fino in fondo.


E ai giovani allenatori che stanno iniziando ora il loro percorso, che tipo di qualità mentale consiglierebbe di sviluppare prima ancora degli schemi?

Ai giovani allenatori voglio dire una cosa semplice, ma profonda: mettete al centro la relazione umana.

Dopo tanti anni, tanta esperienza, studio e formazione, ho capito che questa è la chiave di tutto.

Dietro ogni atleta c’è una persona, fatta di emozioni, vissuti, sensibilità. Comprenderlo è il primo passo per diventare un grande allenatore, e soprattutto, una persona capace di fare la differenza nella vita degli altri.

Abbandonare i giudizi e i preconcetti è il primo gesto di coraggio che vi chiedo di fare.

Ed è anche quello che più vi ripagherà.


Conclusione

L’intervista con Francesco Chiaffarato ci lascia un messaggio chiaro e potente: allenare non significa solo trasmettere schemi e tattiche, ma soprattutto prendersi cura delle persone, credere nelle loro possibilità, guidarle a superare i propri limiti.

La stagione dei Bulldog Capurso è un esempio concreto di come il lavoro mentale, la coesione del gruppo e una leadership empatica possano trasformare una squadra qualunque in una squadra straordinaria.

Ora che si affacciano alla Serie A, la sfida si rinnova. Ma con una base così solida, costruita su valori autentici e su una visione lucida, i Bulldog e il loro mister hanno già dimostrato di avere tutto ciò che serve per affrontare il futuro con coraggio, determinazione e cuore.

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