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Ekaterina Antropova

Dentro la mente e il cuore di una campionessa: Ekaterina Antropova si racconta

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Ekaterina Antropova durante la Volley Nations League (VLN), in un periodo intenso e ricco di sfide per lei e per la Nazionale Italiana.

Classe 2003, Ekaterina è una delle giovani stelle più brillanti del panorama pallavolistico internazionale: opposto del Savino Del Bene Scandicci e già punto di riferimento in maglia azzurra.

Con il suo talento, la sua determinazione, la sua grande maturità sportiva e la sua capacità di affrontare le sfide con il sorriso, ha conquistato un posto da leader nonostante la giovanissima età.

In questa intervista con lei abbiamo parlato non solo di carriera e di pallavolo, ma anche di aspetti fondamentali per ogni atleta d’élite: allenamento mentale, forza interiore e capacità di imparare a trasformare le difficoltà in occasioni per crescere.

Ekaterina ci ha raccontato la sua esperienza con il mental coaching, le difficoltà che ha affrontato, i rituali che l’accompagnano in campo e l’importanza di saper gestire i pensieri per trasformarli in forza e concentrazione.

Perché dietro ogni schiacciata, ogni punto, c’è un lavoro silenzioso fatto di concentrazione e fiducia in sé stessi.


Come stai? Come sta andando questo periodo carico di impegni?

Bene, siamo in piena preparazione per la terza settimana della VLN.

Di certo l’allenamento non manca e le giornate sono molto intense, ma allo stesso tempo stimolanti.


Come hai iniziato la tua avventura nella pallavolo?

Ho iniziato a giocare a 7 anni.

La mia è sempre stata una famiglia sportiva: papà giocava a basket, mamma a pallamano… io sono stata la loro via di mezzo!

È stata mia madre a portarmi in palestra per la prima volta. Ricordo che io però non volevo: dicevo sempre che la pallavolo non mi piaceva, mi sforzavo ad andare agli allenamenti perché praticavo anche ginnastica ritmica e sentivo che quello sarebbe stato il mio futuro.

In più, agli inizi mi facevano male le braccia e la mia allenatrice urlava tanto… quindi non avevo voglia di continuare.

Potrei dire che inizialmente mi hanno quasi “costretta”. Poi però, piano piano, la pallavolo ha iniziato a piacermi e oggi è la mia vita.

Una cosa era certa fin da bambina: lo sport, in qualsiasi forma, avrebbe sempre fatto parte della mia vita.


Sei giovanissima eppure hai già affrontato tanti cambiamenti. Ci sono stati degli ostacoli e come li hai superati?

La parte più difficile è stata sicuramente il trasferimento in Italia: imparare una nuova lingua, cambiare scuola, cambiare tutto il contesto attorno a me.

Ricordo un momento in cui dissi a mia madre: “Basta, prendiamo le valigie e torniamo a casa, non ce la faccio più!”.

In quel periodo credo che la pallavolo mi abbia davvero salvata. È vero, la lingua era diversa… ma la pallavolo è uguale ovunque.

È diventata per me un linguaggio universale, un modo per comunicare anche senza parole.

E poi avere mia madre accanto è stato fondamentale: era il mio punto fermo.


La pallavolo come linguaggio universale. La squadra ti ha aiutata a superare quei momenti?

Sì, assolutamente!

Nella squadra si crea un legame speciale, perché si condividono tantissimi momenti: vittorie, sconfitte, allenamenti difficili o leggeri.

Così impari a capire le compagne quasi senza bisogno di parole.

Puoi raccontare ad altri ciò che provi, ma solo chi vive quelle stesse esperienze con te riesce davvero a comprenderti.

Questo è il bello del concetto di squadra, ed è ciò che mi affascina: la condivisione, qualcosa che negli sport individuali è difficile da costruire.


Quanto è importante per te lavorare di squadra e il ruolo dell’allenatore?

Secondo me, l’allenatore deve creare un ambiente di fiducia.

Spesso, nello sport, si ha il dito puntato contro: finché si vince va tutto bene, quando si perde si cerca di capire chi ha sbagliato.

Per me invece è fondamentale che ci sia fiducia, che si ragioni come se fossimo un tutt’uno, senza cercare il colpevole.

Altro punto essenziale è la coesione della squadra: la comunicazione e la certezza di poter contare sulle compagne, anche nei momenti di difficoltà.

Per me questo è un principio fondamentale.


Tu sei seguita da un mental coach. Come ti sei avvicinata a questa figura?

Ho sempre pensato che il mental coach, così come lo psicologo, non serva solo nei momenti difficili, ma sempre: per avere un check-up completo e una visione chiara della propria salute mentale.

Mi sono avvicinata al mental coaching il primo anno in cui sono stata convocata con la Nazionale Italiana.

Dentro di me pensavo: “Sto iniziando qualcosa di più grande, che non ho mai fatto prima”.

Mi immaginavo in campo, un po’ persa, con tutto il tifo contro… avevo 21 anni, ero al secondo/terzo anno in A1, tutto era nuovo.

Lì ho capito che era il momento giusto.

Ho avuto fortuna: ho trovato subito una persona con cui mi sono sentita a mio agio.

Da allora sono già tre anni che lavoro con la Mental Coach, due dei quali in maniera continuativa.


Dal punto di vista mentale, su cosa lavorate?

La cosa che amo del mental coaching è che non serve a “riparare” qualcosa che non funziona, ma a sviluppare le tue capacità.

Non si lavora solo problema per problema: ti fornisce strumenti pratici per gestire i meccanismi mentali che si innescano nella vita di tutti i giorni.

Con la mia mental coach lavoriamo molto sulla capacità di non restare bloccati nell’azione precedente: soprattutto in partita, è fondamentale cambiare mindset in fretta.

Abbiamo lavorato anche sul dialogo interno: in battuta, ad esempio, mi capitava di avere troppi pensieri.

Abbiamo costruito pensieri funzionali, imparando a capire cosa serve in quel momento.

Inoltre, studio psicologia e mi affascina il cervello: scoprire che possiamo programmare i nostri pensieri è incredibile.

A questi livelli, dove le capacità tecniche sono simili, la gestione mentale fa davvero la differenza.


Quanto influisce l’atteggiamento mentale sui risultati di un’atleta?

Secondo me tantissimo, forse anche più della preparazione fisica o tattica.

Quando tutto va bene e sei nel flow, pensi di non averne bisogno. Ma quando arrivano i momenti difficili, ti rendi conto di quanto conti.

Se hai gli strumenti giusti dentro di te, puoi auto-aiutarti. È una forza enorme, perché nessuno ti conosce meglio di te stessa.

Sapere come parlarti e come reagire ti evita di cadere nello sconforto.

Ti dà la sicurezza di dire: “Ok, ho questo problema, provo questa soluzione” e di affrontarlo senza sentirti vuota o persa.


Hai delle routine pre-gara?

Ne ho poche, ma importanti.

In spogliatoio, dopo la preparazione, nel mio armadietto ho una pallina, la prendo e inizio a farla rimbalzare a terra.

Poi, quando entro in campo e saluto il pubblico, entro nel mio mood pre-partita: non voglio che nessuno mi parli, perché sono molto concentrata e “ossessiva”.

Ho una routine di esercizi e stretching, durante i quali scelgo un punto da fissare: quello diventa il mio riferimento.

Durante le partite, invece, faccio spesso un piccolo rito: lancio la bottiglia d’acqua per provare a farla ricadere in piedi. Se riesce, per me è un segno che sono concentrata e che andrà tutto bene.

Se non succede, la raccolgo e la rimetto a posto.

Sembra un gesto senza senso, ma per me funziona.


Cosa diresti ai giovani atleti che pensano di farsi seguire da un mental coach?

Direi prima di tutto di coltivare la curiosità.

Spesso c’è ancora il pregiudizio che rivolgersi al mental coach o allo psicologo significhi essere “deboli”. Non è così!

Sono professionisti che ti guidano e ti danno strumenti.

È come imparare a guidare una macchina: nessuno pensa di essere un fallito se la prima volta non ci riesce, semplicemente hai bisogno dell’istruttore che ti insegna.

Il mental coaching funziona allo stesso modo.

È importante però trovare la persona giusta: io sono stata fortunata, ma se non succede al primo colpo non bisogna scoraggiarsi. Bisogna continuare a cercare.

E poi c’è un altro aspetto fondamentale: essere consapevoli che serve impegno costante.

Non basta la sessione con il mental coach: bisogna portare avanti gli esercizi, come un vero allenamento, al pari di quello fisico e tecnico.

Il mental coach ti dà una mano ma poi devi essere tu a voler portare avanti il lavoro.”


Cosa diresti ai pallavolisti che sognano la maglia azzurra?

Direi loro due cose:

la prima è avere sempre bene in mente e chiari gli obiettivi.

Nei momenti difficili, sapere dove vuoi arrivare ti dà motivazione e ti aiuta a non mollare.

Spesso quando c’è qualcosa che non va, avere un obiettivo fisso, anche visivo, ti aiuta ed è fondamentale.

La seconda è essere consapevoli che se si vuole fare questa vita servono delle rinunce: a volte bisogna dire no a uscite, vacanze o momenti familiari.

Ma se hai ben chiaro cosa vuoi, sai che in quel momento gli allenamenti hanno la priorità.


Conclusioni

L’incontro con Ekaterina Antropova è stato un viaggio dentro la sua storia personale e sportiva, ma anche un’immersione in quella dimensione mentale che spesso fa la differenza ai massimi livelli.

La sua testimonianza ci ricorda che il talento da solo non basta: serve cura, consapevolezza e un costante lavoro su sé stessi per raggiungere i propri obiettivi.

Grazie, Ekaterina, per averci aperto una finestra sul tuo mondo e per averci regalato spunti profondi e motivazioni autentiche.

La tua storia è un invito a tutti noi: non smettere mai di lavorare su sé stessi, perché è proprio lì che nasce la vera vittoria.


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